‘Stranger Things’ a Pisa.  Riflessioni sul primo romanzo di Paolo Zanotti, Trovate Ortensia!

(Trascrizione dell'intervento al convegno Compalit che si è svolto a Siena il 6 dicembre 2019 in occasione della consegna del premio Paolo Zanotti per gli studi letterari).

Quando Lucilla e Renato Zanotti hanno chiesto a me, scrittrice esordiente, di fare un intervento oggi, la prima cosa che mi è venuta in mente è che mi sarebbe piaciuto parlare delle poesie di Paolo. Io queste poesie ce le ho scolpite in testa dalla fine degli anni Novanta, da quando Zanotti mi allungava ponderose stampate dei suoi scritti tra un caffè a piazza Dante e una chiacchierata sullo scalone della Normale. Poi, di trasloco in trasloco, le stampate sono andate perse, gli indirizzi email sono cambiati e quei versi sono rimasti a segnare il mio immaginario nella forma inafferrabile delle cose sognate. Ho chiesto agli amici, nessuno ne sapeva niente. Solo qualcuno ricordava qualche verso giovanile di cui si erano perse le tracce nonostante il lavoro accuratissimo che tutti hanno fatto per conservare le meraviglie che ci ha lasciato Paolo. Ero un po’ in difficolta: prima di me sono passati già bravissimi critici e scrittori a presentare il premio Zanotti e per non ripetermi, ma anche per non perdermi, ero alla ricerca di qualcosa di cui si fosse parlato meno, qualcosa che fosse magari legato ai nostri anni pisani.

Stavo insomma cercando Trovate Ortensia!, il primo romanzo zanottiano. Come tutte le cose che incantano una mente giovane – Paolo me l’ha dato nel 1999, direi – quando l’ho riletto nelle ultime settimane ho scoperto di sapere ancora molte frasi e passaggi a memoria. Incluse molte immagini che io legavo alle poesie perdute e le stesse poesie perdute, che forse Paolo mi aveva semplicemente dato in un file separato, invece che inserite nel racconto come le ho ritrovate. Ma in mancanza della famosa stampata, suggerirei di stabilire per ora che ho una memoria pessima, che confondo facilmente le cose e che Paolo non si è mai dedicato seriamente alla poesia.

Chi mi vuole smentire si faccia, per favore, avanti.

Smemorata sì, ma certe cose non le dimentico:

per te quando non ci sarai più

per quando il castello di cristallo 

a est del sole e a ovest della luna 

cadrà via nel venti al canto del gallo 

per quando il filo che bilancia sole e luna sarà in stallo 

in un tempo bianco e remoto 

per te ben oltre la sfera del fuoco.  

Ora che so che è a p. 33 del secondo file di Ortensia sono più tranquilla.

Prima ancora di essere scrittrice, come molti di voi sapranno, sono una giornalista. Mi piace raccontare, ma mi piace anche moltissimo dare le notizie, e oggi ne ho una bella e grande da annunciare: Trovate Ortensia! verrà pubblicato da Ponte alle Grazie. Vincenzo Ostuni, che non ha potuto essere qui oggi, mi ha chiesto di annunciarlo e io sono molto felice e lieta di farlo.

Non c’è ancora una data, ma non mi stupisce che, rileggendo Ortensia, l’editore non si sia voluto far scappare il romanzo, dopo aver già fatto l’eccellente scelta di pubblicare gli altri. Nelle ultime settimane, rileggendo queste pagine di scrittura straordinaria, mi sono spesso sentita privilegiata a poterlo fare. Come molte cose scritte da Paolo, non si possono lasciare andare via, bisogna fermarle, tenerle nel presente, è un nostro compito preciso.

Partiamo dal titolo. Viene da Rimbaud, da un poemetto intitolato H, parte delle Illuminations. Trouvez Hortence è un rompicapo, un indovinello, a cui Paolo nella sua Ortensia risponde mettendoci a sua volta davanti a una serie infinita di indovinelli.

Toutes les monstruosités violent les gestes atroces d’Hortence. Sa solitude est la  mécanique érotique; sa lassitude, la  dynamique amoureuse. Sous la surveillance  d’une enfance, elle a été, à des époques  nombreuses, l’ardente hygiene des races. Sa  porte est ouverte à la misère. Là, la moralité des êtres actuels se décorpore en sa passion  ou en son action. - Ô terrible frisson des  amours novices sur le sol sanglant et par  l’hydrogène clarteux! Trouvez Hortence.  

Però, secondo me, una risposta lui la dà, la vuole dare: che dalla donna-enigma-vampiro-fantasma (m)Ortensia si arrivi alla morte? Solo un’ipotesi, la mia: di solito le interpretazioni tendono a suggerire che Rimbaud avesse in mente l’omosessualità o la masturbazione, due temi presenti nel romanzo ma in maniera marginale.

Di morte, invece,Trovate Ortensia! parla tanto.

A partire dalla seconda citazione in esergo:

“Una tomba spaziosa, una risposta sufficiente”, da La linea d’ombra.

La morte, di suo, è una «ragazzina scomposta, dallo sguardo demente come un cielo di marzo, con le gambe lunghe abbassate fino alla caviglia» e i pone confini molto labili tra aldilà e mondo dei vivi. Niente che una solida amicizia non possa superare:

«Sai, sembriamo proprio fatte l’una per l’altra. Potremmo aprire un’agenzia di comunicazione coi defunti. saremmo proprio imbattibili. Il vostro babbo è morto? venite da Emilia e Ortensia. Il vostro piccino è mancato appena nato? Emilia e Ortensia vi offrono di controllare come va la sua carriera scolastica nell’aldilà».

Il teatro di questo è la Pisa lucente degli anni Novanta. Tutta la prima metà del romanzo è un evidente esercizio per catturare la vivacità di quello che Paolo ha visto intorno a sé nei suoi anni universitari. Il glossario finale è meraviglioso, la città viene restituita per intero nel suo mistero, ma anche nei suoi aspetti più goliardici.

Il romanzo è giovanile, rigoglioso e pieno di pagine indimenticabili, un concentrato di poetica zanottiana e un tentativo di fermare un tempo, un’età, con le sue passioni e quel modo speciale che si ha di essere amici da giovanissimi, magari cercando di risolvere un mistero che ruota intorno a una ragazzina sfuggente. Altro che lo zuccheroso Jack Frusciante, che Paolo cita due volte, con rassegnazione prima e poi con delusione per tutti gli stereotipi che contiene: qui siamo davanti a una sorta di coltissimo Stranger Things pensato vent’anni prima e in cui Zanotti mette in scena una varietà di personaggi più o meno intellettuali, affiancandoli a certi tipi provinciali che lui osservava con venerazione. Un mondo di «felicità bonheur fortuna sotto la ruota del cielo», un cielo in cui «le nuvole, begli ufficiali, ora sono più lente e si sfilacciano in garze».

E inizia a delineare il suo personaggio femminile ricorrente, quella bambina-vampiretta disincarnata e dentona, azzurrina e inafferrabile, traslucida come uno spettro. Una risposta a Rimbaud? Ma anche l’inizio di una poetica personale e particolarmente efficace che ritroveremo in tutta la sua opera.

“Ortensia, Viola, Lisa, Arabella: più facile raggrupparle”, spiega chiaramente l’utilissima lista dei personaggi, cruciale per orientarsi in una trama rigogliosa, in cui è facile perdersi e ritrovare la strada (dopo essersi divertiti molto nel frattempo). Anche perché è a lei che viene legato il tema del soprannaturale, è lei che i protagonisti ricercano, la cui presenza o assenza muove la trama del libro.

«Quella oscurità trapunta di stelle indifferenti gli ricordava le acque dell’Arno, buie tane di mostri. Fluorescente sotto i lampi delle dure costellazioni, il profilo della ragazza che forse si chiamava Viola gli apparve nello spazio intermedio tra luna e tetti a suggerire l’esistenza di un mondo di sanguinari complotti che gli ghiacciavano le vene. Su quegli stessi tetti, Tancredi saltellava via verso chissà dove». 

Ancorato nel presente, un mondo in cui si può dare «un bacio soave come una dietorella», il romanzo raccoglie tutto quello che Paolo venticinquenne conosceva del mondo e aveva letto. In alcune pagine c’è la foga giovanile di voler concentrare molte cose, mentre in altre splende già il diamante ben tagliato. Verso la seconda metà del romanzo, abbiamo un centinaio di pagine perfette, da leggere trattenendo il fiato: tra le varie cose che abbiamo perso, c’è anche Zanotti maestro del noir soprannaturale.

Come ha detto qualcuno prima di me, Paolo è quello che tutti in un certo mondo cercano di essere. L’intellettuale vero, quello che ha una visione del mondo e una voce riconoscibile sempre, che non ha bisogno di assumere pose perché ha un’identità talmente chiara da potersi permettere la leggerezza e il gioco. Ha influenzato e colpito tutti quelli che l’hanno conosciuto, anche in ambiti lontani. Continua a succedere, come dimostra il fatto che qualche mese fa sono stata avvicinata da un lettore che, incuriosito dalla mia dedica a Paolo alla fine di Città irreale, e si era letto tutta l’opera di Zanotti. Persone che vengono da mondi diversi e che ti parlano di lui con un affetto, a sorpresa, quando meno te lo aspetti.

Qualche settimana fa, mentre riflettevo sul lavoro di Paolo, sono andata su YouTube per riascoltare quella voce incredibile. L'ho ritrovata, mi sono commossa. Poi curiosando, ho trovato un video di surfisti che commemoravano Paolo Zanotti con corone di fiori nelle acque azzurre e una elaborata cerimonia di tavole messe in cerchio. Mi sono un po' sorpresa, ma per più di un momento ho pensato che fosse lo stesso che manca a noi. Sapete com’era Paolo, non ci sarebbe stato da stupirsi se avesse stretto amicizie profonde anche così lontano. Dopo un po' è apparsa la foto di un ragazzo sulle onde con la sua tavola e i capelli schiariti dal sole: era un altro Paolo mancato troppo, troppo presto.

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