La risata forte, l'amicizia ai giardinetti (memorie di un lockdown londinese non ancora finito)

L’universo è un giardinetto attrezzato e avventuroso come solo quelli inglesi sanno essere, con i bambini in magliettina che ti passeggiano due metri sopra la testa e spariscono in grandi cunicoli sospesi anche quando piove, anche se nevica. La libertà di Alice è la mia, che non mi sbuccio le ginocchia ma scalpito per uscire e mi diverto molto lo stesso. Zitta zitta, quando arriva l’ora sono la prima a mettermi la sciarpa e a controllare allo specchio se sono ancora carina. Ormai ho perso la mano. Qui a Londra siamo chiusi in casa dall’inizio di novembre, solo che prima di Natale le scuole erano ancora aperte e il nostro divano azzurro non era ancora del tutto uscito dall’Unione europea. Ora tutto è cambiato ma non c’è tanto modo per accorgersene: sempre in casa stiamo, anche se più impegnati perché facciamo anche i maestri.


Da qualche settimana abbiamo iniziato a darci appuntamento con un pugno di altri genitori nel più spazioso dei giardinetti. Con molti di loro non ci siamo mai visti in faccia, restiamo nascosti dietro certe spesse museruole nere che valorizzano gli occhi e conferiscono una certa aria di mistero. Una volta una mia amica bella è comparsa al playground truccata e pettinata come Carmen Miranda, con foulard in tinta con la mascherina, solo che sotto il cappotto era ancora in pigiama. Mi ha detto che presto lei e la sua famiglia torneranno in Francia e il trucco si è sciolto a tutte e due. Poi sono arrivati gli altri e ci siamo messi in circolo, con il volto coperto come a una riunione dell’Eta, a parlare non più di bambini ma di noi, delle cose del mondo. E di Rosamund Pike, apparizione mariana in ffp2, che qualcuno sostiene di aver visto circonfusa di luce dalle parti della sabbionaia.


Di challenge e di target e degli altri temi classici delle mamme-tigri della zona non abbiamo più voglia, nessuno vuole più costruire palazzi di Lego e contare le capriole sull’apposita App, noi sognamo la conversazione brillante, la compagnia, la risata forte e l’amicizia a cena. E siccome a cena non si potrà ancora per un po’, abbiamo ripreso a darci un tono tra le teleferiche e le mucche a dondolo, manco fossimo a un cocktail all’ambasciata. «E lei di cosa si occupa?», chiedo con aria cospiratoria a un papà che ha appena fatto un turno di acchiapparella in giro per il parco, e torno a innamorarmi dell’understatement londinese che mi permette di stare intorno a una fotografa di grido, a uno che progetta barche per la Coppa America, a gente che fa documentari di fama planetaria senza che nessuno di loro sia tentato di alzare le piume, sempre che ce le abbia ancora.


“Aiuto, lo squalo!”, gridano i bambini, e uno dei genitori parte di corsa e si mette a inseguire i piccoli per un po’, mentre gli altri sfoggiano un culto della conversazione che neanche Madame du Deffand, dando il benvenuto ai nuovi arrivati (mascherati) con modi cordiali. «Che persona interessante!», commentiamo ampollosi e soddisfatti. Ci manca la formalità, sappiamo che fa piacere a tutti, nessuno vuole parlare di serie Tv o marche di pigiami o ricette per il curry. La politica, poi, è inesistente, archiviata, chi vuole litigare dopo questi anni orrendi, il vaccino è anche un sedativo e va bene così. Altro che professione mitomane, siamo oltre, siamo così fuori dal mondo da voler fare gli spensierati, quelli con la battuta fulminante e qualche segreto, ormai succubi di questo lockdown infinito come Patty Hearst dei suoi simbionesi. «Mamma, andiamo via», implorano i bambini quando inizia a fare tardi e noi no, li preghiamo, lasciateci ancora qui a parlare ancora di noi, a scambiarci convenevoli a distanza, a rimirare languidi il nostro io adulto sul fondo lucente di uno scivolo.



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